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Ci sono serie televisive epocali, che raccontano attimi del nostro presente come e meglio di quanto sanno fare interi cicli ad affresco, nei confronti di epoche scomparse. C’è da dire che il nostro tempo scompare e riappare tanto rapidamente (e non sempre in nome di una progressione) che, a tratti, non possiamo sentirci neanche rappresentati dalla televisione. Ci viene incontro il web, ma non basta nemmeno il cosiddetto microblogging, che racconta selezioni di istanti, a restituirci con molto affanno un po’ di realtà, da consumare come una sigaretta che ci sappia lasciare il desiderio di volerne ancora.
Così, forse è più facile, ma più illusorio, che sia il cinema seriale, ad uso domestico, a spiegarci cosa siamo, mentre lo siamo: è imperfetto; inattuale, già nel momento in cui si consuma l’ultima mensa sul set, a riprese appena finite; ma la componente della durata introduce la possibilità di un tale evoluzionismo psicologico (che a volte è anche “biologico”: attori che invecchiano o crescono, fra le stagioni della serie e della vita), che le trame della finzione possono sembrare meno evanescenti del solito.
Gossip Girl, serie sugli adolescenti, ma fatta soprattutto per i loro fratelli maggiori, per almeno due stagioni è stata un capolavoro di televisione. Diciamo “almeno”, visto che possiamo solo sperare che anche la terza, confermata e attesa per il prossimo anno (negli USA), possa essere sullo stesso livello delle prime. Rifiutatevi di guardarla in italiano: meglio non sapere chi sia Serena van der Woodsen, o da chi e come presti servizio, per uno stage da sogno, la piccola Jenny Humphrey. Doppiata male e adattata peggio, la versione distribuita da Italia Uno non ha reso giustizia a quasi nessuno degli elementi di spicco dell’originale. Non c’è traccia della crudeltà in cerca d’amore di Chuck Buzz, che viene ridotto alla stregua di un cattivo qualunque. Uno di quei piccoli personaggi fastidiosi, di cui si attende con ansia la ciclica sconfitta, che riescono meglio in serie di ben più basso livello drammatico, come Orange County. Eppure, serie che giustamente i nostri adolesenti non possono che preferire alle complessità a loro occulte di Gossip Girl, e che hanno gridato alla delusione quando ne hanno viste le prime puntate, quest’inverno.
Alcuni elementi sublimi, però, possono sfuggire alle cure malriposte dei nostri adattatori. Uno lo abbiamo visto in una delle ultime puntate della stagione in corso per la tv statunitense, e racchiude gran parte del senso di Gossip Girl in una sola brevissima scena. Gossip Girl è una blogger che riporta in forma anonima pettegolezzi sulla giovanissima alta società newyorkese, basandosi perlopiù su suggerimenti e foto inviati via mail dai suoi affezionatissimi lettori-informatori.
Serena van der Woodsen è la stella più brillante di quella società, e ha una relazione con un coetaneo, intellettuale di basso ceto, poco popolare e non canonicamente bello (per quanta fortuna con le donne abbia poi consegnato quel ruolo al suo interprete). Passeggiando per la città, Serena scorge in un ristorante il suo ragazzo che accarezza la guancia di un’altra donna. Serena ha un cellulare in mano, e c’è un istante preciso in cui si rende conto che i due potrebbero stare per baciarsi. Ha troppa paura di vedere coi suoi occhi il momento successivo e, senza badare a cosa può riprendere, scatta una foto con il telefonino alla coppia, attraverso la vetrina del locale. La rabbia la porta a recapitare la foto a Gossip Girl.
La paura di assistere alla realtà nel suo svolgimento, e la facile possibilità di riprodurla, la spingono a fingere di rappresentare la vita invece che viverla veramente. Siamo o non siamo tutti Serena?









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