Archivio per marzo 2006

Agente 007 al servizio di Sua nonna

Ieri pomeriggio strano indeed, per non dire altro. Vengo spedito in missione segretissima da mia nonna presso il sindaco del comune di T******. Siccome è abbastanza lontano, e possiede delle alture da far invidia a P*******, ci vado in assetto da corsa. Non so a stamattina di cosa si trattasse. Ci vado, sottovalutando enormemente l'entità dell'operazione, vestito da podista del giovedì; con tanto di Garmin che, tirandomi i peli del polso, mi indica latidutine e longitudine; ma non mi consiglia affatto di fare dietro front, e di andare a trasformarmi in giovane modello nel camerino del più lontano Upim già aperto: sono le tre del pomeriggio. Sgarro di molto uno dei dress-code più facili della mia carriera.
Entro dal comm. T*****, che, per prima cosa mi fa riempire la macchina, parcheggiata dall'altra parte del Comune, di tredici pubblicazioni che riguardano la città d'origine sua e di mia nonna. Avrebbe voluto comprendere anche il celebre dizionario della loro lingua dialettale.
Poi parliamo per venticinque minuti. Mi regala i biglietti di uno spettacolo, a dire il vero, mica male, che avrà luogo fra una settimana in una specie di mercato scoperchiabile. Ma l'interprete e regista è davvero un grande.
Allora io, come per coglionarmi da solo, gli chiedo se conosca qualche percorso interessante per fare una ventina di chilometri, magari salendo un po', per vedere dall'alto la serra a sud del golfo. Lui comincia con una descrizione di un nuovo quarto d'ora, di cui capisco poco più rispetto a quella da venticinque.
Mentre trotterello su per quel poggio – in cui, fra l'altro, ho scoperto un'assurda cittadella neo-rinascimentale anni cinquanta, con tanto di guglie e un castello per ogni abitante – la mia preoccupazione è che lui mi stia facendo seguire da qualche macchina per controllare che stia facendo davvero la strada che mi ha consigliato. La risposta, beninteso, sarebbe: col cavolo.

(Perennemente a dieta come sono, pure, non posso fare a meno di consigliarvi la meravigliosa sorpresa di questa decade da McDo')

Antonio, ci salvi dagli italiani, o no?

UPDATE:  Non potete capire il dolore di aver ripreso a fare il critico televisivo, sull’Opinione, come penso sappiate, senza poter scrivere di Antonio, dopo lo sua svolta drasticamente radiofonica.

Il nostro maggiore giornalista televisivo, Antonio Caprarica, tanto è una mistura di umorismo leccese e british – sempre incravattato nel corpo eppur quasi sbroccato nell’animo; barbuto, ma mai barboso – quando ci corrisponde da Londra; che le volte in cui si ritrovi a farlo niente meno che dal suo scrittoio – e lo si colga un po’ troppo professionale e furbetto per uno che tanto ci aveva illuso di essere una creatura la cui fluttuanza fra più mondi era stato il principale superpotere da forese del mondo – ci delude un poco. Mai mi sarei aspettato, in questo Dio ci salvi dagli inglesi… o no!?, tanti dati alla mano da un mio idolo, che finisce per apparire – le volte in cui non sembrasse un Severgnini meno spiritoso e giovane, ma più intelligente e acculturato – nient’altro che un altro giornalista-scrittore italiano. Anche se molti ammetteranno che non è, comunque, poco.

(Nella librerie di provincia in cui mi capita di scroccare in questi giorni – si sa – le difficoltà per un book-sharer della mia fatta distolgono a volte i meno convinti. Ma è bastato chiedere ad una cassiera quantomeno incuriosita se si potesse fumare; da quanto tempo fosse aperta la libreria in questione; dove se ne potesse trovare una con una sezione di editori stranieri, che poi mi è tutto filato liscio come manco a Trafalgar davero).

Equi-distantissimo da tutti

and where YOU ARE?

Evviva! – esclamerebbero comunque i figli di Flanders.

(fonte: www.voisietequi.it)

C’è quasi sempre una seconda volta

La prima sceneggiatura di alcunché che scriverò nella mia vita sarà un poco surrealistica, perché mi è stata proposta – del tutto contrariamente a quanto di norma dovrebbe accadere – da un regista di documentari stavolta con una forte disposizione per il trattamento bunuellizzante del giovanilismo. Vuole farlo come soffrire comme il faut, il suo pinocchietto-deriva_mucciniana.

Giornata di primavera

Il mio FAI più locale, questa mattina, mi ha condotto in un paesello che certo sarebbe discretamente sperduto anche per me, se non fosse per il fatto che ci corro attorno quattro volte alla settimana, da un mesetto. I due vanti di questa frazione di V****** sono il mutilato che ne spopola la piazzetta anche i pomeriggi di pioggia, e il vecchio palazzo baronale, andato per una metà alla malora e per l’altra ad una pochissimo affabile associazione di scacchisti.
All’ingresso, è proprio per questo che un primo-liceale scientificamente provato mi propone la scelta: o visitatore o scacchista; due casi entrambi non auspicabilissimi a giudicare dalla sua faccetta buffa impiegata a coglionarmi nei sei-sette modi possibili a un figuro della sua età.
Accetto la sua guida, e mi inoltro nel giardino. Odia la sua professoressa di storia dell’arte, e ciascuno dei suoi compagni.
Con la coda dell’occhio, vedo che una balaustra che conduce dal cortile al giardino, è dotata di un motivo a quattro balaustrini seguiti da un pilastrino, e che detto piccolo pilastro non regge capitello, ma è coronato da un foro scavato nella pietra, e grande quanto un capitello, a significare quanto anche a P******** un architetto localissimo potesse ambire a de-funzionalizzare una colonnina di certe noie altrove tanto portanti.
Lo dico al ragazzo, e lui mi fanculizza con l’anima.

Proposizioni & proponimenti

Sto per uscire di casa con la fichissima macchina di mia nonna; per poi parcheggiarla in mezzo ad una campagna fra le più abbandonate dei miei dintorni; per poi farmi più o meno una ventina di chilometri. L’ultima volta che mi sono allenato con modalità C.A.C. (Corsa A Capocchia) inserita, ero così fiero – non dico del mio nuovo satellitare da polso, quanto dei tempi di consegna del suo cavo-carica batteria perso e riacquistato – che, allo scoccare delle cinque e del sesto grado centigrado, non trovandomi che a quattro chilometri in linea d’aria dal punto di partenza (indicato sullo schermetto con la più dolce icona a forma di macchina di mia nonna che si possa visualizzare; la stessa viulenta dolcezza con cui immaginiamo un water italiano la volta in cui siamo i quattordicesimi in fila a un cesso di pub di Glasgow in Hope street il venerdì sera), mi rifugio in una chiesa matrice e chiamo perché mi vengano a prendere, sconfitto.

Prima di uscire, messaggio allo zio di ieri che, la prossima volta che gli rinfacciassero la presenza di Vladimir Luxuria nel suo schieramento, nulla vieterebbe di rispondere loro che “costui, oltre a rappresentare il più flagrante esempio di laboratorio di pari opportunità (quasi un ministero vivente), è più semplicemente un simbolo della più concreta possibilità di una terza via”. Inoltre, ho chiesto alla mia girl se le va di mettersi pure lei a postare qui le sue cose, come un Porci con le ali di nuovo a quattro mani, ma più dialogo filosofico.

Il mio consiglio per gli acquisti di oggi è The meaning of tingo, di una sorta di piccolo-linguista chiamato Adam Jacot de Boinod. Correndo, ascolterò, come sempre, Play watch con Fabio Canino.

Posteriori

Avrei avuto la costanza di accorpare in un solo primo post elettorale i due-tre che gli sarebbero seguiti, se non mi fosse troppo rincresciuto avere l’aria del tardissimo-teenager che messaggia tutta la sera in kontinuazione. Quindi torno a casa e rimando a domani le impressioni del paesaggio che vedrò mentre mi allenerò per la maratona che non farò troppo presto.
Cavolo, le telegiornaliste locali.


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