Cocaina, il documentario che non ricorda Lucignolo

Domani su l’Opinione la versione completa. Come sempre, nella mia rubrica “Etere & Cloroformio”. Non ve ne ripeto sempre il titolo per contratto, ma perché proprio mi piace come suona.

Mentre il resto del paese continua a chiedersi quanto esattamente faccia schifo o faccia ridere l’immagine del corpo di Giuliano Ferrara nudo in una vasca da bagno, (con un gruppo di dirigenti del centrodestra che gliene vivacizzano la permanenza all’interno), Rai Tre, domenica, propone uno di quei documentari che riescono a lasciare il segno sulla realtà, quantomeno in una misura proporzionale a quella con cui ne sono ispirati: Cocaina (un ottimo ragionamento su Ferrara e Luttazzi qui).

Il fatto che Maurizio Gasparri si sia scagliato da subito – dopo il solo promo – contro la messa in onda del documentario (ritenendolo un incitamento all’uso della stessa droga del titolo) forse ci aiuta ulteriormente a capire quanto potessero essere sterili, a loro volta, le polemiche di Mastella contro Il capo dei capi, la fiction biografica su Totò Riina.

Questo docu-film è stato realizzato dagli stessi autori di Residence Bastoggi – Roberto Burchielli e Mauro Parissone – uno dei capitoli più visti e poi citati della loro serie “Il mestiere di vivere”, cui pure appartiene Cocaina, e che sta cambiando il modo di guardare a certi aspetti della vita, in televisione – anche perché, prima, non li si guardava affatto.

In Cocaina si racconta l’evoluzione di questa sostanza dagli infiniti soprannomi d’affezione (bamba, neve, semplicemente coca), da droga dei ricchi che hanno raggiunto il successo a quella del ceto medio, e anche medio basso, fino al molto basso, che non lo raggiungerà mai. E, soprattutto, senza neanche per una scena incappare nell’effetto Iene – o, peggio, quello “Lucignolo” di Studio Aperto – perché non indulgerebbe mai e poi mai al divertimento, alla battuta, all’estetica del facile eroe negativo da cui sono invece decisamente rovinati i servizi in notturna di Italia Uno, e da cui Gasparri dovrebbe essere decisamente più preoccupato.

Neanche il linguaggio colorito dei poliziotti della Questura di Milano protagonisti del documentario, o le loro espressioni da gente che conosce sì il dramma dei tossici, ma ci convive al punto da considerarlo un qualunque obiettivo di una giornata di lavoro, riescono a rendere piacevole in senso televisivo alcun agguato a spacciatori, alcun inseguimento di “pali” o grossi clienti. A meno che non si consideri piacevole in senso televisivo qualcosa che assomiglia a una delle peggiori puntate della nostra realtà.

E, come quando riflettiamo sui peggiori programmi televisivi, di quelli che davvero rendono impossibile una serata a chi sia costretto da un parente stretto a vederli (chi ha più colpa, la Ventura o mia sorella che la guarda?) – e non parliamo solo di reality di serie B – la domanda più alta che ci pone il lavoro di Burchielli e Parissone resta una sola: se sia nato prima lo spacciatore, più o meno organizzato o il tossico, già disperato.

Solo che, a differenza, di molti altri casi simili, Cocaina una soluzione ce la dà, grazie alla facce degli uni o degli altri, o alle loro voci, quando la loro paura costringe i montatori a nascondere il volto di un cliente o di un “venditore”: entrambe le categorie sono vittime dello stesso identico modo, e non solo perché spesso una transizione o una trasversalità fra le due è facile come tirare la prima striscia da “addetto ai lavori”.

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