Carlo Conti, il telequizzaro non onnisciente

L’articolo di domani sull’Opinione, privo di ogni bontà prenatalizia.

Finalmente, dopo i duri colpi d’accetta che pure un conduttore del calibro di Amadeus gli aveva inferto, il quiz televisivo conosce il culmine dell’inversione a U della sua estetica originaria, in direzione di un suo probabile smantellamento, con Carlo Conti e la sua versione de L’eredità (Rai Uno, tardo pomeriggio, dal lunedì al venerdì).
Si sa che da sempre il telequiz è stato il regno di una convinzione del pubblico, senza la quale il successo e l’essenza stessa del genere, forse verrebbero meno: quella secondo cui la persona che presenta (che si tratti di Marco Mazzocchi o di Enrico Papi, poco importa) è un pozzo di scienza; quasi non avrebbe bisogno di leggere le risposte alle domande del copione; può prendersi gioco dei dubbi dei concorrenti o suggerire le risposte, tramite gli interventi divini noti come “aiutini”. Neanche a Gerry Scotti si nega il primato di questa onniscienza, ed è un merito tutto suo, guadagnato e mantenuto con abilità (quella che il grande Robert De Niro, pirata gay, ma all’apparenza tutto d’un pezzo, nel film Stardust, chiamerebbe: reputazione), quello di sapersi vendere come il vero e solo nuovo Mike, che passa dall’astrofisica all’indie rock con la stesa nonchalance con cui si passerebbe da una mano all’altra una tre quarti doppio malto.

Carlo Conti è il primo conduttore di quiz evidentemente talmente impreparato e insicuro di nozioni anche sul solo senso dell’umorismo in lingua italiana, che è forse il primo cui non riesca di fingere neanche per un po’ quella fondamentale onniscienza, che pure ad Amadeus, come sta confermando, ora su Canale 5, non sfugge di mano. Eppure, questo non significa necessariamente uno svantaggio: forse siamo semplicemente di fronte a una di quelle accelerazioni, nei cambiamenti che invece avvengono lentamente, di solito, giorno per giorno, che in caso di sopravvivenza della specie contribuiscono ancora più rapidamente all’evoluzione di essa.
Carlo Conti non solo non fa mai ridere, ma viene anche spesso ripreso dai concorrenti quando sbaglia i tempi o proprio le parole di una battuta. Non sappiamo se tutto questo avvenga pure per copione ma, disgraziatamente, neanche tutto questo fa ridere.

Il punto è che qui davvero non si tratta della sottogenere della gaffe ben posta, che ha reso inimitabile il quiz di Mike Buongiorno. Sbagliare un cognome o un comune di provenienza, si sa, se la nuova versione è abbastanza sessualmente riferibile, può significare indovinare una puntata intera. Lo ha insegnato Mike, e da lui lo hanno imparato una serie interminabile di conduttori, anche non necessariamente spesi nel quiz (perfino in molti telegiornali di basso o bassissimo livello, avviene quotidianamente almeno un omaggio a questa antica tecnica della retorica tv).

Ma ciò che più conta, come dicevamo, è che Carlo Conti non dà per un solo instante l’impressione di sapere cosa ci sia sul copione. Non cerca di fingere di non ricordarlo (come alcuni conduttori del tipo onnisciente, ma già un po’ geneticamente modificati, hanno cominciato a fare da tempi). No, Carlo Conti davvero non sa o non ricorda, e ogni volta è una sorpresa anche per lui scoprire di che colore era il toupé biondo della Carrà (ci sia permesso questo simbolismo).
Insomma, grazie a lui, scopriamo che le riflessioni di Umberto Eco sull’everyman, l’uomo comune al potere televisivo, si riferivano a Mike solo in via come metaforica, segnalando più che altro la profezia paracristiana che vede solo in Carlo Conti la sua più completa e totale incarnazione. Non ci aspettiamo che sia crudelmente crocifisso, ma almeno seriamente ridimensionato.

1 Response to “Carlo Conti, il telequizzaro non onnisciente”


  1. 1 twelve Years a slave dicembre 5, 2013 alle 8:02 pm

    It’s hard to find educated people for this topic, but you sound like
    you know what you’re talking about! Thanks


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