Archivio per dicembre 2007



Carlo Conti, il telequizzaro non onnisciente

L’articolo di domani sull’Opinione, privo di ogni bontà prenatalizia.

Finalmente, dopo i duri colpi d’accetta che pure un conduttore del calibro di Amadeus gli aveva inferto, il quiz televisivo conosce il culmine dell’inversione a U della sua estetica originaria, in direzione di un suo probabile smantellamento, con Carlo Conti e la sua versione de L’eredità (Rai Uno, tardo pomeriggio, dal lunedì al venerdì).
Si sa che da sempre il telequiz è stato il regno di una convinzione del pubblico, senza la quale il successo e l’essenza stessa del genere, forse verrebbero meno: quella secondo cui la persona che presenta (che si tratti di Marco Mazzocchi o di Enrico Papi, poco importa) è un pozzo di scienza; quasi non avrebbe bisogno di leggere le risposte alle domande del copione; può prendersi gioco dei dubbi dei concorrenti o suggerire le risposte, tramite gli interventi divini noti come “aiutini”. Neanche a Gerry Scotti si nega il primato di questa onniscienza, ed è un merito tutto suo, guadagnato e mantenuto con abilità (quella che il grande Robert De Niro, pirata gay, ma all’apparenza tutto d’un pezzo, nel film Stardust, chiamerebbe: reputazione), quello di sapersi vendere come il vero e solo nuovo Mike, che passa dall’astrofisica all’indie rock con la stesa nonchalance con cui si passerebbe da una mano all’altra una tre quarti doppio malto.

Carlo Conti è il primo conduttore di quiz evidentemente talmente impreparato e insicuro di nozioni anche sul solo senso dell’umorismo in lingua italiana, che è forse il primo cui non riesca di fingere neanche per un po’ quella fondamentale onniscienza, che pure ad Amadeus, come sta confermando, ora su Canale 5, non sfugge di mano. Eppure, questo non significa necessariamente uno svantaggio: forse siamo semplicemente di fronte a una di quelle accelerazioni, nei cambiamenti che invece avvengono lentamente, di solito, giorno per giorno, che in caso di sopravvivenza della specie contribuiscono ancora più rapidamente all’evoluzione di essa.
Carlo Conti non solo non fa mai ridere, ma viene anche spesso ripreso dai concorrenti quando sbaglia i tempi o proprio le parole di una battuta. Non sappiamo se tutto questo avvenga pure per copione ma, disgraziatamente, neanche tutto questo fa ridere.

Il punto è che qui davvero non si tratta della sottogenere della gaffe ben posta, che ha reso inimitabile il quiz di Mike Buongiorno. Sbagliare un cognome o un comune di provenienza, si sa, se la nuova versione è abbastanza sessualmente riferibile, può significare indovinare una puntata intera. Lo ha insegnato Mike, e da lui lo hanno imparato una serie interminabile di conduttori, anche non necessariamente spesi nel quiz (perfino in molti telegiornali di basso o bassissimo livello, avviene quotidianamente almeno un omaggio a questa antica tecnica della retorica tv).

Ma ciò che più conta, come dicevamo, è che Carlo Conti non dà per un solo instante l’impressione di sapere cosa ci sia sul copione. Non cerca di fingere di non ricordarlo (come alcuni conduttori del tipo onnisciente, ma già un po’ geneticamente modificati, hanno cominciato a fare da tempi). No, Carlo Conti davvero non sa o non ricorda, e ogni volta è una sorpresa anche per lui scoprire di che colore era il toupé biondo della Carrà (ci sia permesso questo simbolismo).
Insomma, grazie a lui, scopriamo che le riflessioni di Umberto Eco sull’everyman, l’uomo comune al potere televisivo, si riferivano a Mike solo in via come metaforica, segnalando più che altro la profezia paracristiana che vede solo in Carlo Conti la sua più completa e totale incarnazione. Non ci aspettiamo che sia crudelmente crocifisso, ma almeno seriamente ridimensionato.

Cocaina, il documentario che non ricorda Lucignolo

Domani su l’Opinione la versione completa. Come sempre, nella mia rubrica “Etere & Cloroformio”. Non ve ne ripeto sempre il titolo per contratto, ma perché proprio mi piace come suona.

Mentre il resto del paese continua a chiedersi quanto esattamente faccia schifo o faccia ridere l’immagine del corpo di Giuliano Ferrara nudo in una vasca da bagno, (con un gruppo di dirigenti del centrodestra che gliene vivacizzano la permanenza all’interno), Rai Tre, domenica, propone uno di quei documentari che riescono a lasciare il segno sulla realtà, quantomeno in una misura proporzionale a quella con cui ne sono ispirati: Cocaina (un ottimo ragionamento su Ferrara e Luttazzi qui).

Il fatto che Maurizio Gasparri si sia scagliato da subito – dopo il solo promo – contro la messa in onda del documentario (ritenendolo un incitamento all’uso della stessa droga del titolo) forse ci aiuta ulteriormente a capire quanto potessero essere sterili, a loro volta, le polemiche di Mastella contro Il capo dei capi, la fiction biografica su Totò Riina.

Questo docu-film è stato realizzato dagli stessi autori di Residence Bastoggi – Roberto Burchielli e Mauro Parissone – uno dei capitoli più visti e poi citati della loro serie “Il mestiere di vivere”, cui pure appartiene Cocaina, e che sta cambiando il modo di guardare a certi aspetti della vita, in televisione – anche perché, prima, non li si guardava affatto.

In Cocaina si racconta l’evoluzione di questa sostanza dagli infiniti soprannomi d’affezione (bamba, neve, semplicemente coca), da droga dei ricchi che hanno raggiunto il successo a quella del ceto medio, e anche medio basso, fino al molto basso, che non lo raggiungerà mai. E, soprattutto, senza neanche per una scena incappare nell’effetto Iene – o, peggio, quello “Lucignolo” di Studio Aperto – perché non indulgerebbe mai e poi mai al divertimento, alla battuta, all’estetica del facile eroe negativo da cui sono invece decisamente rovinati i servizi in notturna di Italia Uno, e da cui Gasparri dovrebbe essere decisamente più preoccupato.

Neanche il linguaggio colorito dei poliziotti della Questura di Milano protagonisti del documentario, o le loro espressioni da gente che conosce sì il dramma dei tossici, ma ci convive al punto da considerarlo un qualunque obiettivo di una giornata di lavoro, riescono a rendere piacevole in senso televisivo alcun agguato a spacciatori, alcun inseguimento di “pali” o grossi clienti. A meno che non si consideri piacevole in senso televisivo qualcosa che assomiglia a una delle peggiori puntate della nostra realtà.

E, come quando riflettiamo sui peggiori programmi televisivi, di quelli che davvero rendono impossibile una serata a chi sia costretto da un parente stretto a vederli (chi ha più colpa, la Ventura o mia sorella che la guarda?) – e non parliamo solo di reality di serie B – la domanda più alta che ci pone il lavoro di Burchielli e Parissone resta una sola: se sia nato prima lo spacciatore, più o meno organizzato o il tossico, già disperato.

Solo che, a differenza, di molti altri casi simili, Cocaina una soluzione ce la dà, grazie alla facce degli uni o degli altri, o alle loro voci, quando la loro paura costringe i montatori a nascondere il volto di un cliente o di un “venditore”: entrambe le categorie sono vittime dello stesso identico modo, e non solo perché spesso una transizione o una trasversalità fra le due è facile come tirare la prima striscia da “addetto ai lavori”.

Quando Benigni microfona Dante

Domani sull’Opinione.

Rai Uno prosegue nel suo entusiasmo per il rapporto fra Dante e Benigni. Dopo l’Inferno in diretta della settimana scorsa, si riparte dal Paradiso registrato (e per altre undici puntate). Il fatto che sotto Natale 2007 si proponga uno spettacolo di piazza che risale all’estate 2006, e con lo spolvero di pubblicità e comunicati delle grandi occasioni, è naturalmente solo un simbolo di quanto eterno possa essere il messaggio di Dante, anche se attualizzato in differita.
Del resto, la regia di Stefano Vicario è molto ricca di interesse, lo si deve ammettere; e chiunque anche abbia preso parte allo show originale di piazza Santa Croce a Firenze, non potrà dire di non essere di fronte a un prodotto in parte nuovo, rivedendolo in televisione. “Microfonare Dante” è la parola d’ordine.

Solo l’ouverture di dissolvenze fra la statua di Dante davanti alla chiesa, immobile, e il microfono ancora silenzioso, mentre Benigni si prepara dietro le quinte, è una riflessione sulla regia televisiva di evento live svolta egregiamente, di cui, senza il primo canale della Rai, avremmo goduto magari solo fra qualche mese ancora, in qualche freddo cofanetto dvd (e forse addirittura senza interruzioni pubblicitarie fra sigla e controsigla).
Ma il pubblico, che è almeno coprotagonista dell’evento, e affolla il centro della piazza e degli spalti ai lati, di tutto questo non sa, e aspetta solo che Benigni possa benigneggiare al più presto e nella maniera più intensa e indolore possibile per le sue articolazioni.

Continua a leggere ‘Quando Benigni microfona Dante’

Un anno di Non Rassegnata Stampa

E oltre 100 video, per un due satirico (Filippo Giardina, Mauro Fratini) che (presto) va in stampa, ma non si rassegna.

Un’esperienza estrema di satira, comicità, irriverenza,
ironia, musica e perversione per ricordarci che con la
volontà, la passione e l’impegno è possibile
immaginare qualcosa di diverso

La settimana prossima, infatti, ne scriverò per Etere & Cloroformio.

Berlusconi, Veltroni e la Cosa che sono

Bella puntata di Blob, ieri, che mi ha fatto scrivere questo articolo per la rubrica di domani.

C’è chi dice che si potrebbe sapere tutto di ciò che accade nella televisione italiana guardando solo un programma: Blob, con un “aiutino” supplementare da parte della Vita in diretta, quando realmente corrono mala tempora, o c’è un reality inguardabile in corso, su Rai Uno.

Quell’uomo della strada avrebbe certo la sua parte di ragione, stremato dal gioco di specchi del palinsesto nazionale, in cui le cose esistono e le azioni avvengono non più, solo, se sono trasmesse; ma soltanto se sono trasmesse, e ritrasmesse in una versione opposta alla prima, e il più possibile deforme e gesticolante.

Una nuova, memorabile puntata del programma ideato da Enrico Ghezzi, gli viene incontro, indagando sulla necessaria doppiezza costitutiva di ogni entità televisibile: obbligatoriamente scomposta in sé e il suo opposto, perfino più rozzo o maleducato. Come i Duellanti di Conrad si odiano, si combattono, ma in fin dei conti si ringraziano sempre, l’un l’altro, di esistere, perché se non fossero tutti e due al mondo, non lo saprebbe nessuno che faccia avrebbero, e come la pensassero sull’omicidio di Meredith o sul welfare. Ad esempio, gli ospiti dei talk-show sono scelti così, e vanno sempre in coppie di contrari: la modella e il vecchio parlamentare di lungo corso. Anche nei reality: ti picchio, ergo sum.
La tv, se ci fate caso, è un’immensa puntata di Forum, non sempre con Rita Dalla Chiesa. Solo, infinitamente meno interessante.

Ci sono dei duetti che rappresentano dialettiche fulgide come gli amori sacri e quelli profani della pittura: Veltroni e Berlusconi, ad esempio. Che, sì, vengono fatti nascere da un orribile corpo a due teste di qualche alieno di un film di fantascienza (scena di apertura) ma poi si separano completamente, e sanno vagare per metà della puntata di Blob in programmi, location, piazze diverse, per quanto rappresentino due facce della stessa moneta, antica come la politica, ma all’occorrenza nuova, come la terza repubblica: l’estremista moderato, e il moderato estremista.

Ci sono altri personaggi, invece, così tragici che presentano in un solo corpo e in una sola mente contorta, uno di quei duelli, e non solo perché hanno due cognomi: come don Gianni Baget Bozzo.

Blob ci fa soffermare sull’ultima, bellissima puntata di 8 e mezzo di Ferrara, in cui il sacerdote è ripreso mentre lotta come posseduto da una lingua non sua, che interrompe il fluire altrimenti limpidissimo dei suoi pensieri, come se il demonio che, certo, possiede il suo avversario, nell’altro riquadro del suo collegamento, si fosse divertito un po’ anche dalle sue parti, facendolo parlare – per qualche minuto di calo estremo degli ascolti – in una lingua sconosciuta anche a Massimo Cacciari, che se la ride da Venezia.

Ma il vero capolavoro è un altro momento, del Blob di mercoledì. La massaia della tipica pubblicità di detersivo per colorati, che si lamenta che i due colori della maglia a righe del suo figliolo: “a furia di lava, lava, era un bel capo; ma, ora, il nero, è un grigio topo, e l’altro colore, si incupisce”. Non avevamo ancora sentito dire una cosa così intelligente e veritiera al tempo stesso sulla situazione attuale del nostro tentativo nazionale di bipolarismo.

Le sigle di Desperate Housewives e di Dexter

Domani nella rubrica “Etere & Cloroformio” sull’Opinione parlo delle opening sequence capolavoro delle casalinghe e del perito ematologo numero uno al mondo.

Solo il fatto che la sigla di testa – che forse, è il capolavoro del suo genere – non sia cambiata di un fotogramma, è un motivo già di per sé abbastanza valido per guardare anche la terza stagione di Disperate Housewives, che è ripresa da martedì, in seconda serata, su Rai Due. Per tacere del fatto che le casalinghe in questione sono sì disperate, ma nel loro accasciamento morale riescono pur sempre ad essere uno dei seriali televisivi che invecchia meglio al mondo, dopo che anche Heroes, in seconda battuta, ci ha abbandonato qualitativamente (ma speriamo nella sua, di terza stagione).

Ogni serie come si deve ha nella sua “opening sequence” un manifesto che contiene spesso in nuce la maggior parte dei temi che tratterà. Come un prologo letterario, solo che, invece di essere scorto solo una volta, all’inizio dell’esperienza della lettura, nei serial viene ripetuto ad ogni visione. Fino a che, nella sua apparentemente immobile ripetizione all’inizio di ogni puntata, in realtà quel minuto e mezzo si modula e modifica di volta in volta secondo quello che dalla puntata appena cominciata ci aspettiamo, e quello che di tutte le altre ricordiamo – o nel caso di serial crudi come Dexter, vorremmo dimenticare.
Proprio Dexter (in onda il giovedì sera su Fox Crime) ha uno dei pochi opening paragonabili per qualità e intensità a quello delle casalinghe.
Dexter Morgan, il protagonista, passa metà della sua vita a cacciare assassini per vie legali, essendo perito ematologo per la squadra omicidi della Polizia di Miami. L’altra metà, a cacciare quelli che la stessa polizia non può o non vuole cacciare, con metodi del tutto illegali e spirito d’iniziativa da perfetto serial killer, a sua volta. Ferma restando la sua innata passione per il sangue.

Allora, i primi, geniali fotogrammi della sigla, a spiegarlo quasi in tutto: è a letto, dorme ancora, e una zanzara si posa sul suo braccio. Si sveglia, e ha qualche istante per fissare, come ammirato, come un collega che riconosca del talento naturale in qualcuno che, inizialmente aveva sottovalutato, per poi schiacciarla inesorabilmente con la mano. Il fatto che il nostro antieroe si gusti poi una bistecca semicruda di prima mattina, godendone come un Hannibal Lecter di bovini, è forse un’allusione meno sottile alla sua essenza, ma rende comunque perfettamente l’idea.

Il “manifesto” di Disperate Housewives è invece del tutto poetico. Colto, ma spesso comicamente, è una sequenza di parodie di fondamentali opere della storia dell’arte, che rappresentano la donna in momenti particolarmente convenzionali e codificati: Eva, Nefertari, una casalinga da manuale che maneggia la lattina di zuppa Campbell’s di Andy Warhol. Tutte sanno stupire, stravolgendo quelle convenzioni (proprio come del resto fanno le protagoniste del serial), e mostrarci tanto ciò che di violento ci può essere in qualcosa di apparentemente fragile, quanto di dolce e materno in qualcosa che pensavamo mascolinizzato per sempre.

Così, Eva ha un bel porgere il frutto sbagliato ad Adamo: un pomo OGM di proporzioni colossali sta per cadere in testa al suo coniuge: spada di Damocle che ci invita tutti a toglierci le travi dagli occhi, senza cercare pagliuzze dietro le lenti a contatto di tante mogli immeritate. Oppure, una delle tante donne-fumetto piangenti e sofferenti di Roy Liechtenstein, qualche fotogramma più avanti, si prende la vendetta che in moltissime aspettavano: ci mostra che nela vignetta successiva, che Roy non dipinse, c’è un cazzotto molto ben assestato, e da lei verso di lui.

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Il protocollo welfare visto dai Bamboccioni

Il mio sempre incazzosissimo compatriota Federico Mello ha faticato su un altro scritto dalla parte dei giovani, non dico contro i nonni ma quasi. Lo vedo chiaramente mentre, Michael Moore che non ignora i pasticciotti, chino sul portatile, in un giorno di trasloco, lo intitola: Il protocollo welfare visto dai Bamboccioni, e poi magari guarda il season 2 finale di Heroes, invece di finire gli scatoloni.

La lettura del pamphlet, che ho appena terminato, mi è risultata più piacevole, da un punto di vista letterario, rispetto all’Italia spiegata a mio nonno (nonostante i refuso nella versione disponibile ad oggi), e al tempo stesso più incazzante, da un punto di vista invece emotivo e culturale. Proprio per questi due motivi gli auguro dunque fortune ancora maggiori di quelle dell’altro scritto, che pure ci sono state, eccome.

Non mi ritengo meno incazzato e bamboccione di Federico, per i motivi che elenca. Per alcuni sono leggermente meno incazzato di lui, ma lo capisco e prendo nota. Per altri lo sono di più, e mi mangerei le unghie se non avessi smesso.

Che i nonni e gli zii, un tempo così insospettabili e rassicuranti, come delle bamboline prima di ammazzare qualcuno, in qualche edizione di Dolls, possano tornare presto a far risplendere i loro dentini più o meno finti senza lasciarcene i segni sulla pelle.

Vi invito, nel frattempo, a scaricare lo scritto di Federico, e ad apprendere così quanto esattamente “annamo bene”. E gli suggerisco un sottotitolo: “Anche i bamboccioni, nel loro stanzino, si incazzano”.


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