Archivio per febbraio 2008

Alcuni brutti quarti d’ora con Maria De Filippi

Domani finalmente ho il coraggio di pubblicare un pezzo su Uomini e Donne di Maria De Filippi, sull’Opinione.

Anche per raccontare lo stato attuale di Uomini e donne, uno dei programmi simbolo più evidente della decadenza della televisione italiana, scegliamo l’approccio, per così dire, impressionistico (come facemmo col Grande Fratello), rifiutando, per questa volta, il corteggiare questa o quella teoria – che sia dell’eterno rimando, post Marta Flavi, o del solito addormentamento pre-pomeriggio.

In un collegamento esterno, un corteggiatore palestrato del tipo con pettorali molto alti (esofagei) incontra la sua bella corteggiata in una sorta di sacro speco, una grotta, di memoria sanfrascescana ma con incensini. Lui, non ricordando il numero di fratelli e sorelle di lei, non ottiene, al termine di una discussione interminabile, che un bacio su una guancia, ma recupera ampiamente consegnandole un cuscino molto piccolo e quasi certamente scomodo e una coperta di pile dell’Ikea con il suo profumo. Ci si strofina.

Due corteggiatori rivali, che normalmente si abbracciano in camerino – come sostiene quello che parla peggio dei due – si accusano di essere l’uno un puffo bello (o bello che non balla) e l’altro pupazzo di neve o maleducato. Al nuovo insulto di “esternista” – riferito dal pupazzo di neve al puffo, per via della sua migliore riuscita in testa a testa con la loro amata, rispetto alla dialettica col pubblico e gli altri rivali in studio, Maria De Filippi interviene e chiede all’amata se non avrebbe preferito dai due una classica scena di gelosia. Lei risponde di sì.

In tutto questo Gianni Sperti, il famoso ex-marito di Paola Barale, continua ad esserci, seduto mollemente, ogni tanto un sorriso di circostanza, ma fuori, Ormai ha quasi preso l’atteggiamento con cui uno studente di liceo né particolarmente bravo a scuola, né particolarmente dialettico o “contro”, siede ad un’assemblea d’Istituto che sì, gli offre su un piattino di plastica la possibilità di non fare lezione, ma a conti fatti in questo momento gli impedisce comunque di dormirsela della grossa o di giocare a poker elettronico.
La pubblicità, coi suoi toni e ritmi innaturali, i suoi colori perfetti, paradossalmente ha il compito di restituirci alla realtà, fra una di queste scene e un’altra.

Non c’è un solo altro show italiano che sia così presente nella nostra mente quando pensiamo all’eterno dilemma se sia nata prima Maria De Filippi o la studentessa fuori sede che la guarda. Vale a dire: se la televisione peggiora tanto, è colpa della richiesta di peggioramente da parte del pubblico, o dell’offerta peggiorata per moti suoi interni e/o infernali. Noi non avremmo troppi dubbi, e anche l’anagrafe, del resto, sarebbe dalla nostra parte. Il dilemma è stato rispolverato da Pippo e Luzzato Fegiz nella conferenza stampa sanremese di mercoledì. Quando, entrambi con una grossa parte di ragione, probabilmente, ma certo non tutta, si chiesero se l’insuccesso di Sanremo sia dovuto, quest’anno, più all’innalzamento della qualità della conduzione o al cambiamento quanto mani epocale dei gusti del pubblico da casa (quello in teatro, si sa, è lo stesso da 30 anni almeno).

Il vero festival è quando il festival finisce

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Pezzo di domani nella rubrica che sapete sulle prime impressioni dal festival di Sanremo.

Questo Sanremo 2008 è stato talmente (e a ragione) trasformato in un dopofestival nel festival, grazie a Piero Chiambretti, ai suoi gruppi d’ascolto, alla stessa inverosimiglianza di una giuria giovani presieduta da Federico Moccia, che il dopofestival in sé, quello condotto da Lucilla Agosti, è divenuto il vero festival, e con un discreto successo.
Dopofestival nel festival perché tutto si ripete da troppo e troppo spesso, perché non lo si debba considerare, tout-court un post-festival, nel senso da categorizzazione storico-artistica, come quando si smette di credere alla modernità o a un credo religioso. Solo un’autoironia decadente, terminale, appunto quasi da Satyricon, permette a Pippo Baudo e a Sanremo di esistere ancora, attaccati come sono alla stessa spina dei pochi spettatori anziani e non dormienti che possano ridere davanti a Lenny Kravitz che canta Donna Rosa, dacché sono abbastanza svegli da sapere quanto è famoso Kravitz, e abbastanza avanti con gli anni da conoscere l’origine di quel motivetto tormentante.

Un solo merito, doppio: Chiambretti e Baudo agiscono evidentemente l’uno come il Sancho Panza dell’altro, avendo l’accortezza, di volta in volta, di riportare a terra il sogno, la visione che l’altro sta avendo in continuazione, che sarebbe un festival di vent’anni fa per Baudo, e una puntatona di Chiambretti c’è per Piero.

Eppure, per quanto a un orario smisurato, un certo punto, il festival finisce, e Lucilla parte con la sua idea di programma musicale fatto finalmente con grandi mezzi, grande pubblico e ancora più entusiasmo dei tempi di All Music, e balza subito all’occhio che non è necessariamente più entusiasta solo per i nuovi mezzi e il nuovo pubblico, ma perché finalmente si realizza come conduttrice di nicchia anche fuori dalla nicchia. Se non bastasse il suo modo di dare il giusto nome alle persone e ai concetti (anche, ovviamente, musicali) – oltre a un certo innegabile fascino di ragazza acqua e sapone che non studia troppo, ma osserva moltissimo – le verrebbe comunque in soccorso il co-conduttore Elio delle storie tese, che è l’altro vero motivo per cui guardare la programmazione di Rai Uno, almeno questa settimana, fino a orari più che marzulliani.

Vero e proprio show indipendente, e non o conferenza stampa a telecamere accese, né il meglio di, a puntata finita da dieci minuti (come del resto si è spesso usato) la formula di Lucilla, Elio e Lucia Ocone è di mini-varietà con tanto di imitatori (grandissima Lucia Ocone nel ruolo di Mina) e di propria musica e ospiti.

I tromboni di critici, non solo musicali, però, non possono mancare in studio, come per un riflesso condizionato, per quanto dribblati più o meno agilmente dalla stessa Andrea Osvart, che deve purtroppo rispondere ad accuse di uomini sopra i sessanta sul fatto che sia troppo visibile il fatto che, rispetto alle vallette del passato, abbia studiato.
Tutto ciò, sempre unito alla competenza musicale di tutti, appena appena malcelata, per gli sfottò ai cantanti in gara con più cognizione di causa della storia dei dopofestival, renderebbe il programma imbattibile per qualunque concorrenza, se solo se ce fosse una, a quell’ora. Ma i conduttori e i comprimari sono impegnati come se fosse l’occasione della loro vita, cosa che certo non è per Elio, ma forse per la Agosti sì, con tutti i nostri auguri.

Cashmere Mafia è meglio di Sex & the City.

Domani pezzo-anteprima su Cashmere Mafia, una bella serie sulla ABC del cui destino italiano si sa ancora poco. Anteprima dell’anteprima per i lettori del blog. In edicola sull’Opinione.

Nato come quasi uno spin-off del sempre sopravvalutatissimo Sex & the City – se non altro perché le due serie hanno un creatore o due in comune, e un’intera metropoli di bar e club da esplorare: New York – Cashmere Mafia è infinitamente superiore al suo predecessore, noto per essere la serie tv in cui tutti (produttori, colleghi, pubblico) fingono che Sarah Jessica Parker sia bella o addirittura sexy. Per varietà di temi, per profondità di personaggi, ad esempio. Ma soprattutto per la cura maniacale dei dettagli delle location e delle scenografie, infinitamente variabili, assecondando o contrastando, come accade sempre nella varietà di una città così, gli stati d’animo delle quattro affiatatissime protagoniste: Mia, Zoe, Juliet, Caitlin.

Più che a Sex & the City, in cui predomina convinto il modello di donna finta giovane e vera cazzeggiona, però, Cashmere Mafia somiglia a un Disperate Housewives in cui però disperati fossero i mariti, e non le mogli, tanto le quattro sono in carriera, adulte, poco materne, e irresistibili. Per di più, gli uomini lavorano anche qui.
La serie racconta, naturalmente, delle peripezie che le donne compiono per far quadrare i bilanci della vita privata e dare un tocco di umanità a quella lavorativa.

Mia è interpetata da Lucy Liu: una cinese che non vuole cinesi come vorrebbe mamma, forse la più sexy e la più fragile della piccola cosca, perché più problematica e sentimentale. È editore di una serie di riviste di moda, costume e varietà che vanno per la maggiore, con un capo dei capi ebreo-inglese, si suppone, che non le lascia passare neanche un vestito eccessivo o un’acconciatura cafona.
È single dopo che il promesso sposo l’ha lasciata perché lei ha vinto una gara con lui per una promozione, e vede troppi caucasici.

Zoe è apparentemente la più in carriera e meglio sposata, con un architetto che piace alle mamme casalinghe della scuola dei figli, contro le quali però decide di non combattere ad armi pari, noleggiando autobus a due piani per classi intere di scuole elementari. Ma le tentazioni, proprio sul lavoro, e per entrambi, sono tante.
Juliet è la rossa di fuoco e ghiaccio, che simulerebbe orgasmi al contrario, cioè fingerebbe di non averne, col marito che la cornificia con una donna molto intelligente, e perfino della sua stessa età. Lavora come executive per una catena di alberghi di lusso e ha una figlia che è come era lei alla sua età: bellissima e scalmanata, in attesa di essere forse disciplinata dalle infinite delusioni di una cita di successo.

Caitlin, grazie a una liaison lesbica, scopre che si può essere delle donne forti e intelligenti anche da etero, e lavora per un’industria di cosmetici cui preferisce, in privato, una grande naturalezza.
Cashmere Mafia non è ancora non trasmesso in Italia, e sta riprendendo in questi giorni le sue trasmissioni Usa sulla Abc, dopo per che mesi il pubblico si accontentato di 7 puntate su 13 per via dell’acerrimo sciopero degli sceneggiatori. Il suo sbarco nel nostro paese non può che essere imminente, ma ancora non si sa nulla di chi se ne stia interessando più concretamente di noi.

L’utente media di Internet Movie Database dichiara, imbestialita, nei primi commenti leggibili nella pagina dedicata a Cashmere Mafia, che “è come Sex & the City, però senza calore e genuinità”. Ovviamente, entrambi punti a favore delle nostre quattro mafiose Perlana: avete mai conosciuto delle vere newyorkesi, anche non strettamente somiglianti a Sarah Jessica Parker, che fossero calde o genuine?

Alessio Boni è Caravaggio

Il mio contributo sulla fiction su Caravaggio, domani sull’Opinione.

Finalmente, con quella su Caravaggio, le fiction Rai possono vincere, di lunedì, non solo contro il Grande Fratello di Canale 5, ma anche contro il nostro pregiudizio, ben rifocillato e rinvigorito dagli ultimi saggi del loro genere, che i nostri pregiudizi su di esse siano fondati.

Alessio Boni è in parte come non lo era dai tempi della Meglio Gioventù, soprattutto dopo la parte in cui si toglie la vita. Quei tempi ci avevano per un attimo fatto dimenticare che, tutto sommato, non è che stessimo parlando di un pluripremiato oltreoceanino che non rinnegava le sue origini bergamasche, ma di un attore ex-Incantesimo, per quanto di buone letture e addetto ai lavori di surriscaldamento delle signore da casa. Eppure, con questa prova, Alessio davvero si inserisce nel meglio degli interpreti di sceneggiati moderni italiani, con una certa grazie e un chiaro sforzo di consultazione di fonti dalla produzione del maestro (del resto, bergamasco come lui) e soprattutto dalla tanta e controversa letteratura artistica su Merisi.
Boni sa guardarsi le ferite, quasi gioire di quanto siano terrene, al termine di un lungo viaggio in barca; e poi farci toccare con mano una Santa Martire, mentre la dipinge, e lei tende al cielo con la stessa intensità con cui il pittore, una scena prima, tendeva alla malaria o almeno a una notevole febbre. E questo significa aver colto almeno una grossa parte del senso dell’esistenzialismo ante-litteram nella produzione di quel maestro, così ispirato dalla sua realtà da riuscire a rappresentare un’altra, e invisibile, rendendola però come tangibile anche a noi, per via di una serie di miracoli che ripeteva in un certo numero all’anno, che si chiamano tele, pale, e pochissimi affreschi di dubbia attribuzione ma di immenso fascino.

Nella fiction diretta da Angelo Longoni (che non si è avvalso, come capitò al film del 1948, addirittura della co-regia di Roberto Longhi, il grande critico d’arte, ma che comunque dimostra di avere grande gusto e grandi collaboratori alla sceneggiatura) ci sono scene che avremmo voluto vedere con tutto il cuore.
Sono quelle in cui Caravaggio è stordito da uno dei viaggi rocamboleschi vicini alla sua fine, e dunque nel periodo più tragico, colmo di sensi di colpa, e di quegli autobiografismi macabri che renderanno capolavori di un nuovo corso gli ultimi dipinti, dopo le pur coltissime nature morte, apparentemente solo perfette, ma anche esse gravide di simbolismi (come ha mostrato, fra i primi, Maurizio Calvesi, fra gli storici illuminanti su questi temi).

Ma nonostante questo, come accade nella fiction, ad esempio, all’approdo a Siracusa, in fuga per salvarsi la vita, il maestro non riesce a non avvedersi della bellezza di un tavolo di giocatori, e di quello che avrebbero rappresentato per lui dieci anni addietro, al colmo dell’ispirazione per la parte “bassa” del suo lungo bilancio fra terra e cielo, spunto e ispirazione, come tutti i grandi del suo tempo e non solo nel suo campo d’azione. E di scene così ce ne sono diverse nel corso delle due puntate di domenica e lunedì.
E il fatto che ne siano state concepite e realizzate anche alcune di tipo “invertito”, cioè prefigurazione del dramma psicologico terminale, anche alla corte del cardinal del Monte o dei Giustiniani, è il merito più grande di un’ottima fiction da esportazione.

Elisa Isoardi la post-velina

elisa isoardi

Di questo pezzo accorato non potevo non postare un’anteprima per voi affezionatissimi. Come al solito, esce domani sul quotidiano l’Opinione.

Elisa Isoardi. Il vero motivo italiano per non uscire del tutto di sabato pomeriggio ha un nome e un cognome che non ti sanno subito di televisione, ma di qualcosa di più elevato: da violinista, da grande ricamatrice o intagliatrice, quantomeno da poetessa dilettante che non si aspetta di pubblicare troppo, ma di decantarsi nel privato.
Ha dei modi di essere, di volta in volta, la spalla di Galeazzi, l’intervistatrice bon ton, la mattacchiona sexy, alla sua età, che la collocano in sola una stagione alle vette della conduzione femminile sui nostri palinsesti, dopo una gavetta del resto sopra le righe, per conto del superiore Guido Bartolozzetti, presso Italia che vai.

Non c’è bella conduttrice di Uno Mattina Estate, pure epurata per eccesso di qualità nella conversazione, che possa reggere il passo di Elisa. Forse, per trovare una venticinquenne tanto mens sana in corpore sano dobbiamo risalire ai momenti in cui Caterina Balivo rinnega meno la sua napoletanità, ma probabilmente sarebbe una ricerca vana.
Elisa è al tempo stesso la più telegiornalistica delle strappone (come amano definire le donne di grande fascino le columnist dei femminili alla moda italiani, e quelle di Amica, da non confondere mai con l’oggetto di questo tipo di riflessioni) e la più vivace e multiforme delle intrattenitrici. Continua a leggere ‘Elisa Isoardi la post-velina’

Da Vespa, Alessandra Borghese a.k.a. Bernadette

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Domani parlo della puntata culto, anche nel senso letterale, di Bruno Vespa dedicata a Lourdes.

Se c’è stata una puntata di Vespa, fra le ultime, che non ci si sarebbe potuti perdere per niente al mondo (e nemmeno per la bella puntata de La storia siamo noi dedicata a Fiorello, su Rai Due nel frattempo), questa era lunedì, dedicata alla Madonna di Lourdes e al misticismo di Alessandra Borghese.

Naturalmente, in osservanza del tema, un parterre di ospiti esponenti del mondo dei miracolati non poteva mancare, come del resto avviene ogni sera infrasettimanale. Non mancano medici con molte frontiere (a sostenere l’impossibilità che eventi miracolosi possano pregiudicare l’andamento di una cura in clinica), la suddetta vaticanista bella, il nostro amatissimo Massimo Giletti (che non delude neanche questa volta le nostre attese).

Il salotto di Vespa, all’occorrenza, riesce a farsi da modellino in scala del nostro vituperato Parlamento (o di luoghi di delitti irrisolti), a modellino della Chiesa Cattolica. Bruno regge il modello quasi fisicamente, come accade a tanti santi della tradizione iconografica che, per secoli, sono stati rappresentati proprio accanto a una Madonna con un piccolo edificio religioso in mano, che era un ricordo della basilica o del monastero che avevano personalmente fondato.
La televisione, fatta così, è sempre più Chiesa, nel senso propriamente barocco, sebbene spesso, a parità di illusioni, con molto meno gusto: un strumento per convogliare sguardi ed emozioni verso una verità che attende al centro di tutto. Al termine del percorso che un fedele compie quando entra nella navata, e la attraversa fra le pitture; e uno spettatore, ugualmente, quando accende il televisore, e lo guarda fisso, fra le iatture.

Questa volta, la verità non è soltanto credere di far credere che i miracoli esistano, come ognuno di noi ha tutto il diritto di fare, anche in televisione, perché in fondo i miracoli potrebbero avvenire davvero, se tutto questo può davvero succedere nel febbraio 2008. Anzi, se non lo credessimo almeno in televisione saremmo dei senza cuore, come si dice di quelli che non riescono ad essere almeno socialisti a vent’anni. Il punto è mostrarsi ammirati di una donna come le Borghese, credere al suo fervore mistico non come alla genialata comunicativa di una falsa magra e fintissima tonta, ma a una verità da settimanale “Gente” in seconda serata, quando i lettori di Gente o Oggi o sono a nanna, oppure hanno almeno qualche altra freccia al loro arco di fruitori di media, e non possono stare con le mani in mano.
L’unico che resiste all’effetto Marcellino pane e vino è proprio Giletti. Scettico come un San Tommaso, invece di mettere il dito nelle evidenti piaghe di tanti discorsi che fanno acqua da tutte le parti, cede alla tentazione, di tanto in tanto, di accavallare le gambe e ridersela sotto i ciuffetti, mentre si propongono degli spezzoni della Bernadette del 1943 e nessun ospite sano di mente può fare a meno di notare la somiglianza strarordinaria della sua interprete con la stessa Alessandra Borghese.

Vespa non era mai stato, recentemente, così tanto corrispondente all’imitazione che di lui ci ha donato Tullio Solenghi, quella cardinalizia: unico momento di ritorno alla qualità di un attore altrimenti completamente decaduto, e ce ne dispiace.

Amici di Maria De Filippi e la tendenza Ciccio

amici di maria de filippi

Consueta anteprima del pezzo di domani nella mia rubrica Etere & Cloroformio sull’Opinione.

Fra gli show capostipiti e campioni della tendenza che amiamo definire “Ciccio” (dal nipote di Nonna Papera che amava rimandare tutto), Amici di Maria De Filippi, e in genere tutto ciò che conduce Maria De Filippi, non può che ritagliarsi un posto d’onore.

Se ci fate caso, i programmi vincenti di oggi, in televisione, sono quelli che propongono una formula di show affermata in epoche precedenti (a volte anche vite precedenti) salvo rimandare all’infinito la sua concretizzazione, la sua attuazione.

Marta Flavi proponeva “Agenzia matrimoniale”, consegnando, nel passare di una sola puntata, una donna a un uomo in cerca? Maria De Filippi, in Uomini e Donne, allunga la fase del corteggiamento – i preludi dei prodromi dei preliminari – a due, tre mesi di trattative, che spesso si concludono con una delle due parti che rinuncia all’altra e comincia a farsi corteggiare da un terzo litigante (il quale non è affatto certo che godrà mai) per altri due, tre mesi di riprese, appuntamenti al buio alla luce delle telecamere, scontri violenti con i figuranti del pubblico in studio.
Amici è per uno show tradizionale, per un musical, perlopiù (perché fatto di musica, ballo, recitazione) quello che Uomini e Donne è per il sentimento o per il sesso. O per l’idea che Maria De Filippi ha del sentimento in televisione.
Amici non fa altro che rimandare per un anno uno spettacolo di musical che non avverrà mai. E non solo perché quasi nessuno dei partecipanti avrà mai un vero ruolo in un musical, ma perché lo scopo di questi show è nascondere malissimo l’insicurezza che hanno a rappresentare finalmente una bella finzione ben recitata, ben scritta e ben musicata, nascondendosi dietro il dito della verità, del realismo che c’è in un backstage infinito che procrastina, di puntata in puntata, la vera messa in onda di qualcosa che forse, ormai, il pubblico non capirebbe più: una messa in scena autenticamente fittizia.

L’unico realismo su un palco è fingere tutto, con l’onesta del professionista che abbraccia sulla scena un personaggio al cui interprete caverebbe gli occhi a mani nude, se potesse, dietro le quinte. Oppure di quello che riesce a morire benissimo per spada o di veleno, nella fiction, e poi una volta a casa non riesce a vivere neanche un po’.
Riconosciuto questo, domenica scorsa puntata mozzafiato. Non solo Maria riesce a non farsi ingrassare dal chiarore delle sue vesti, e senza mostrare neanche per un istante di parteggiare per il team del bianchi contro i neri. In più, gustosissimi RVM in cui la concorrente Roberta espone sul doppiogiochismo di Cassandra, facendola quasi piangere e sfruculiandola attraverso doppi sensi tratti dalla canzone Bandiera Gialla, che non tutti riescono a comprendere, tranne la diretta interessata che fa buon viso a cattivo gioco e comincia a cantarla, segnando senz’altro un punto a favore sulla sua rivale storica.

Mentre al giovane Jurmino viene indicata una cura infallibile per la calvizie, si prepara il clou dell’episodio. Maria Luigia viene drasticamente eliminata dal gioco e, non contenta, decide di cantare fra le lacrime giustificate dalle stecche e le stecche giustificate dalle lacrime il suo pezzo forte: Il mare d’inverno di Loredana Berté.
Tutto è salvo, finché “the show must go back”.


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