Alessio Boni è Caravaggio

Il mio contributo sulla fiction su Caravaggio, domani sull’Opinione.

Finalmente, con quella su Caravaggio, le fiction Rai possono vincere, di lunedì, non solo contro il Grande Fratello di Canale 5, ma anche contro il nostro pregiudizio, ben rifocillato e rinvigorito dagli ultimi saggi del loro genere, che i nostri pregiudizi su di esse siano fondati.

Alessio Boni è in parte come non lo era dai tempi della Meglio Gioventù, soprattutto dopo la parte in cui si toglie la vita. Quei tempi ci avevano per un attimo fatto dimenticare che, tutto sommato, non è che stessimo parlando di un pluripremiato oltreoceanino che non rinnegava le sue origini bergamasche, ma di un attore ex-Incantesimo, per quanto di buone letture e addetto ai lavori di surriscaldamento delle signore da casa. Eppure, con questa prova, Alessio davvero si inserisce nel meglio degli interpreti di sceneggiati moderni italiani, con una certa grazie e un chiaro sforzo di consultazione di fonti dalla produzione del maestro (del resto, bergamasco come lui) e soprattutto dalla tanta e controversa letteratura artistica su Merisi.
Boni sa guardarsi le ferite, quasi gioire di quanto siano terrene, al termine di un lungo viaggio in barca; e poi farci toccare con mano una Santa Martire, mentre la dipinge, e lei tende al cielo con la stessa intensità con cui il pittore, una scena prima, tendeva alla malaria o almeno a una notevole febbre. E questo significa aver colto almeno una grossa parte del senso dell’esistenzialismo ante-litteram nella produzione di quel maestro, così ispirato dalla sua realtà da riuscire a rappresentare un’altra, e invisibile, rendendola però come tangibile anche a noi, per via di una serie di miracoli che ripeteva in un certo numero all’anno, che si chiamano tele, pale, e pochissimi affreschi di dubbia attribuzione ma di immenso fascino.

Nella fiction diretta da Angelo Longoni (che non si è avvalso, come capitò al film del 1948, addirittura della co-regia di Roberto Longhi, il grande critico d’arte, ma che comunque dimostra di avere grande gusto e grandi collaboratori alla sceneggiatura) ci sono scene che avremmo voluto vedere con tutto il cuore.
Sono quelle in cui Caravaggio è stordito da uno dei viaggi rocamboleschi vicini alla sua fine, e dunque nel periodo più tragico, colmo di sensi di colpa, e di quegli autobiografismi macabri che renderanno capolavori di un nuovo corso gli ultimi dipinti, dopo le pur coltissime nature morte, apparentemente solo perfette, ma anche esse gravide di simbolismi (come ha mostrato, fra i primi, Maurizio Calvesi, fra gli storici illuminanti su questi temi).

Ma nonostante questo, come accade nella fiction, ad esempio, all’approdo a Siracusa, in fuga per salvarsi la vita, il maestro non riesce a non avvedersi della bellezza di un tavolo di giocatori, e di quello che avrebbero rappresentato per lui dieci anni addietro, al colmo dell’ispirazione per la parte “bassa” del suo lungo bilancio fra terra e cielo, spunto e ispirazione, come tutti i grandi del suo tempo e non solo nel suo campo d’azione. E di scene così ce ne sono diverse nel corso delle due puntate di domenica e lunedì.
E il fatto che ne siano state concepite e realizzate anche alcune di tipo “invertito”, cioè prefigurazione del dramma psicologico terminale, anche alla corte del cardinal del Monte o dei Giustiniani, è il merito più grande di un’ottima fiction da esportazione.

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