Archivio per aprile 2008

Come Giovanna Zucconi domò Battiato

giovanna zucconi

Domani – 1° maggio – in edicola sull’Opinione.

Gargantua di Giovanna Zucconi è un talk-show sui libri con grandi ospiti, anche performanti (come Stefano Benni della puntata di questa settimana, che si legge da solo che è un piacere), e una conduttrice leggermente troppo timida per sfondare.

Giovanna rappresenta in una Rai Tre sempre attenta alle minoranze l’estetica della compagna di università dai lunghi treni e dalle occhiaie malissimo nascoste, un’Anna dai capelli rossi senza neanche l’attrattiva dei capelli (che ora le sono biondi e a caschetto), ma tante letture da consigliare. Questo è un limite che non permette allo show di decollare quanto dovrebbe. Non che potrebbe in alcun modo competere con Cultbook di Stas Gawronski o a Tutto Volume di Daria Bignardi. Ma questi sono rispettivamente uno un programma di Rai Edu condotta da un paraculo di cultura e l’altro era una creatura di Daria Bignardi di troppi anni fa.

Per il resto, a Gargantua non manca niente: bella musica, suonata e cantata dal vivo, studio accattivante e grossi contatti con i tipici ospiti inospitabili, che non andrebbero da nessuna altra parte in televisione, e vengono qui perché non sanno esattamente di cosa si tratti. E’ suggestivo l’ingresso di questi ospiti tutti in coro, insieme alla conduttrice e a qualche orchestrale, fra cui non c’è il sosia di Franco Battiato e del citato Benni, ma loro due in carne ed ossa, che probabilmente non si parlerebbero neanche se imprigionati insieme da mesi in casa della Zucconi con la Zucconi. Ma il bello di questo – manco a dirlo – pantagruelico contenitore di cultura è proprio quello di saper mescolare apparentemente male le distanze più evidenti, e poi intervistare proprie redattrici mentre la tensione cala o sale secondo l’umore di Battiato. Continua a leggere ‘Come Giovanna Zucconi domò Battiato’

Community, di recupero della tv dei ragazzi cresciuti

community all music

Pezzo di domani (torno ad anticiparvene qualcuno, era un po’ che ero pigro) su l’Opinione.

Community su All Music (il concorrente principale di MTV in Italia) è un contenitore per giovani fatto da giovani, e per giunta dotati di quel necessario spirito autocritico che permette loro di realizzare una videosigla bella come quella che hanno. E non sprovvisti, d’altro canto, di quella provvida attenzione alle novità (musicali, pseudoculturali, di costume) perché anche anche i giovani sfortunatamente sprovvisti del suddetto spirito finiscano comunque per vederlo, entusiasti.

Quella sigla è un autentico patrimonio per qualunque teenager: il decalogo delle cose da fare per essere consdiderato alla moda, o da evitare come una compagna di classe pariola se si vuole invece risultare alternativi. Una specie di spartiacque, una sottile linea multicolore fra quei due mondi in perenne rotta di collisione, che a volta si chiama anche amore. Numero uno: fare il dj, o fare finta di essere un dj, in generale, o vestirsi come un dj in particolare; secondo: indossare gli occhiali da sole all’unisono coi propri amici più intimi; terzo: considerare il cellulare una metafora del cuore (e qui ci siamo, effettivamente). Si prosegue poi, in ordine di importanza, con: disegnare sui muri, con la bomboletta, segni grafici che paiono astratti, ma in realtà sono una rappresentazione chiara di se stessi (l’animazione rende i graffiti un ritratto del graffitaro); pomiciare con chiunque; suonare molti strumenti musicali; indossare jeans a vita bassa che mostrino l’inizio della linea di demarcazione fra le natiche.
Community è un programma che parla di tutto questo col lucido sulle labbra: sereno, poco importa se i conduttori hanno superato da qualche decennio il tempo delle mele. E’ semplicemente tutto molto simile a uno di quei film in cui Cristiana Capotondi fa la liceale, e che poi fanno il pieno di incassi e rivalutano la comicità di Giorgio Faletti dopo che era stato rivalutato come scrittore. Continua a leggere ‘Community, di recupero della tv dei ragazzi cresciuti’

Sulla finale di Amici

maria de filippi

Domani in edicola sull’Opinione nella solita rubricaccia.

Finalmente, anche quest’anno, il vincitore immorale di Amici, cioè quello vero (niente da dire sulla sua dirittura etico-professionale, se avesse una professione) è Marco Carta, il favoritissimo delle signorine in età da Maria De Filippi di ogni ceto e razza (ed età, del resto). Quello morale, come direbbe anche il più timido dentro ma Sfondrini fuori, fra gli autori del talent show di maggior successo in Italia e qualche repubblica balcanica di recente formazione, è stato naturalmente il pubblico, come avere dubbi a riguardo.

Tanto per Roberta Bonanno, quanto per Pasqualino Maione o per Francesco Mariottini, dunque – per quanto vi invitiamo a memorizzare questi nomi (se non saranno prontamente sostituiti da pseudonimi anglofoni anni ’80, per ovvii motivi di difficoltà a memorizzarli) – non c’è stato scampo: il televoto che tutto può li ha resi sconfitti e probabilmente anche qualcosa in più. Invece di non vincere semplicemente 300.000 euro e uno stage a New York di un anno, dovranno prestare il loro volto ad alcune campagne pubblicitarie di prodotti della Fascino, la nota impresa a conduzione familiare di Maria De Filippi e Maurizio Costanzo. Oltre il danno economico e il debito formativo, anche la beffa dantesca.
Per il resto, una finale strappalacrime come pochi, con due picchi di liquido: i quattro momenti in cui ciascuno dei quattro finalisti viene esposto ai suoi genitori, dalla solitudine del residence di charme in cui risiedevano in tutta segretezza nei giorni precedenti al grande evento; e naturalmente la proclamazione del vincitore annunciato.

Prima del primo rvm dal residence, momento rarissimo di interazione fra Fiorello e Mediaset, quando l’istrione di Radio 2 lancia una specie di benedizione papale nei confronti del programma di Maria.
Nella giuria della finale non mancano Carla Fracci in persona e alcuni videogenici produttori musicali italiani, fra cui il noto Saverio Marconi dei tanti musical, un genere che sembra improvvisamente essere risorto – o quantomeno non morto – grazie anche alla linfa zombie che trasmissioni e pubblici come quelli della Fascino hanno saputo creare e alimentare forzosamente, nel giro di numerosi anni in cui non si proponeva praticamente altro di nuovo in tv. Continua a leggere ‘Sulla finale di Amici’

Roberto del Grande Fratello è un nuovo vecchio-povero

roberto mercandalli

Anteprima del pezzo sull’Opinione di domani, sullo sputtanamente del concorrente cumenda del Grande Fratello 8.

Novità di livello attendevano gli appassionati all’atteggiamento da milanese benestante di Roberto Mercandalli, una volta eliminato dal Grande Fratello e dato in pasto, da una parte, ad Alfonso Signorini (opinionista nello stesso show) e dall’altra a Valerio Staffelli di Striscia la Notizia.

Prima su tutte: il noto Roberto, detto Cumenda per via del suo modo molto ripetitivo e sospetto di vantarsi delle sue ricchezze nella vita mentre era bloccato nella reality televisiva, e per giunta per mezzo di guanti in pelle infilati nel taschino della giacca, non sarebbe affatto uno fra i tanti lombardi arricchiti male degli ultimi decenni ma, molto probabilmente, il primo milanese cazzaro della storia della tv. Risultato decisamente più originale e, in definitiva, più passibile di longevità televisiva, ma forse troppo per alcune migliaia di italiani che lo avevano additato come un modello e che avevano cominciato ad imitarne il modo di approcciare le donne del popolo o di indossare il cappotto in casa.

Effettivamente, l’essere cazzari è una categoria dello spirito (o della mancanza di esso) per anni ed anni prettamente di competenza dei romani o dei napoletani (attribuzione che nemmeno lo spessore di certi film “sociologici” con Renato Pozzetto e Christian De Sica osava sfidare). Finalmente, un giovane uomo l’affranca da una denominazione di origine che cominciava ad andarle stretta. Continua a leggere ‘Roberto del Grande Fratello è un nuovo vecchio-povero’


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