Il triste carillon delle Veline

Da “L’Opinione” del 6 giugno 2008.

Da questa settimana riprendono le registrazioni di Veline, il format estivo che, alla maniera di numerosi sito porno amatoriali di grande successo, ha reso il momento del casting non solo parte integrante di un qualche spettacolo, ma anche lo spettacolo stesso nella sua interezza. Come da tradizione, candidate provenienti da ogni parte d’Italia si contendono il titolo di mora e bionda tinta più telegeniche d’Italia, a patto che sappiano ballare poco, e che la bionda finta sia finta anche al momento della sottomissione della sua foto per le selezioni preliminari. Come si dice in questi casi, deciderà il televoto. Anche il concetto di velina è decaduto, nel corso degli anni. Un tempo erano l’emanazione celestiale di un decisionismo almeno semidivino, che giungeva una volta a settembre, senza diritto di interferirvi da parte degli spettatori, mai delusi dalla loro fede. Anzi, forse in fondo desiderosi di sottomissione a un mondo lontano, intangibile, l’iperuranio per le loro vite quotidiane: una redazione di programma televisivo comico ripieno di belle donne.

Il concetto stesso di velina, del resto, appare trascurato fino all’atrofia. Le veline non sfrecciano, quasi non si muovono, sono tristi. Ogni tanto fanno un balletto meccanico da carillon triste. Non accade più che quelle fanciulle, come un tempo, allunghino notizie ai loro conduttori provenendo dalle rotative dei loro pattini, sulla pista della loro scrivania-parodia degli studi di telegiornale. Almeno di quelli come si deve. Personificazioni di circolari non più governative, ma semplicemente di un certo desiderio di bellezza, assumevano le sembianze di due giovani, fin dagli esordi una bionda e l’altra bruna, come simboli taoistici da cui non vorremmo altro che ci completassero a vicenda. Duplice versione, per questo postmoderna, di ciò che scultori non meno illustri delle rispettive madri delle due ragazze, abbigliandola anche meno, nei secoli hanno avuto l’ardire di intitolare, allegoricamente, “nuda veritas”. Questo era il massimo sfottò di un autore un tempo di genio (Antonio Ricci) perpetrato al sistema dell’informazione televisiva, a quello delle vere veline: ovvero quelle da MinCulPop.

I presentatori di seconda scelta (quelli che si alternano a Greggio e Iacchetti) sottolineano questa crisi generale. L’utilizzo di Ficarra e Picone è oltremodo indicativo. Paperissimi di se stessi, sono un monumento all’errore, ma a bella posta; e una devianza dello spirito che un tempo, divertendosi, si andava a ricercare negli altri show, ora, annoiandoci, impegna i due siciliani con lo studio dell’intera fonetica parallela, più stringente dell’italiana, di una vera contro-dizione.
Ancora al suo apogeo Ricci, come un supereroe contro la municipale, sfidava le pretese di realismo di un’arte egemone, che non aveva saputo sfuggire le lusinghe di un idealismo di nuovo travestito. E tanto ci sapeva deliziare, quanto oggi stanca, da metronotte della televisione che non va, di cui comincia lentamente a far parte.

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