Romanzo criminale, bellezza seriale

Anteprima del prossimo pezzo sulla tv, in edicola dopodomani.

A partire dalla settimana scorsa Sky Cinema ha cominciato a riproporre le dodici puntate della prima stagione di Romanzo Criminale. Questo, che è stato uno dei prodotti originali della nostra televisione dalla maggiore acclamazione critica degli ultimi anni, ha senz’altro un appeal e dei contenuti assai speciali, pure senza ricorrere ai soliti extra dei cofanetti post-trasmissione.
Come si intuisce presto (qualora non bastasse il titolo) dalla presenza di Michele Placido in persona fra i consulenti della produzione, Romanzo Criminale deriva da un film di successo ancora più straordinario, stavolta di pubblico. Un successo largamente dovuto, da una parte, alla presenza degli unici bravi fra i belli maschi del nostro cinema; dall’altra, da un’inevitabile mitografia pseuso-glottologica e falso-magra del malavitoso laziale – certo una mitografia nuova e, almeno esteticamente, auspicata dalle mente dietro l’iniziativa, a giudicare anche superficialmente tanto dai brani peggiori, quanto da quelli migliori della sceneggiatura.

Ora, lungi da noi l’atto di colpevolizzare l’estetizzazione del male romanaccio, finalmente esonerato dal peso dei tanti b-movie ad esso dedicati nel corso dei lunghi anni del trash volontario del nostro cinema. Troviamo che sia, anzi, un bene anche eticamente sostenibile consegnare trash involontario, e più temibile, il genere di questi criminali inosservanti delle legge quanto dei minimi canoni dello stile italiano, quando anche lo scagnozzo più infido e recente di un padrino americano sarebbe più elegante e appropriato anche del cosiddetto Dandi. Questo per quanto riguarda il cinema.

In tv, è tutto un altro paio di mezzemaniche. Nella serie televisiva un certo spirito – sonnacchioso in ciascuna scena del film per il grande schermo – prende vita, e tutto quello che, affidato alla perfezione anatomica di un Kim Rossi Stuart, era più che altro iperrealismo linguistico, ridondante e a tratti decadentista, una volta declinato sulle spalle e sui visi degli interpreti della serie, assume un tono realmente morale, realistico nel senso sostenibile, e non solo: catartico.

Nella prima scena della prima puntata, crediamo a ciascuno dei tozzi di pane che il giovane Libanese intinge nella padella in cui la madre del suo giovane amico prepara del sugo, per una delle tante cene non consumate in casa, prima di un colpo. Crediamo ai suoi occhi, segnati dalla dissoluzione di ciascuno dei sogni infantili della sua stessa madre. Per inciso, una volta tanto, crediamo anche al colpo in sé.
Le donne non sono troppo belle, né troppo romane. Sono quel miscuglio di dialetti e imitazioni vanagloriosi di dialetti che ancora non si dominano, che sono il suono delle strade di Roma ancora oggi. Come se potesse essere in qualche modo glorioso essere, improvvisamente, più romano che salernitano o foggiano; o più duro nelle strade che affezionato alla casa; meno pensieroso e più attivo, in una vita che si disegna solo a tinte fortissime, dal vero e senza pentimenti.

Il grande merito di questa serie è quello di farci odiare una realtà, pur rappresentandone una bellezza. Esattamente al contrario di quello che avveniva nel film, che quella stessa realtà ce la faceva amare, pur mettendone in scena solo l’oscenità.

2 Responses to “Romanzo criminale, bellezza seriale”


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