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A Sanremo i prezzi sono tutti Iva inclusa

In edicola su l’Opinione.

Come tutti sanno, il vero evento culminante della prima serata di questa edizione del Festival di Sanremo è stato l’outing sessuomane di Iva Zanicchi.
Detto questo, si possono trascorrere intere mezz’ore a cercare momenti più rilevanti dal punto di vista estetico, e non ultimo quello in cui ci si è proposta l’idea che la valletta Alessia Piovan possa essere un’attrice dal cuore d’oro, o comunque una valletta illuminata. Il concetto stesso ci è suggerito più volte nel corso di questa sua performance, ma soprattutto nell’istante del suo errore col gobbo: quando, invece della sua parte da leggere, nel presentare un concorrente, le sue labbra da statua classica ridipinta enunciano chiaramente “Alessia, Paolo, Paul”. Nient’altro che i nomi dei personaggi di questa messa in scena, apparentemente grandiosa, ma in realtà tanto più piccola della sua stessa semplicità.

Tacciamo del duo Povia-Grillini che, sebbene non perfettamente in accordo sullo strumento da suonare e sui tempi d’esecuzione (l’uno, cantando dal palco e l’altro monologando dalla platea), ha dimostrato di possedere in grande misura il dono del relativismo, nonché di una certa, relativa signorilità espressiva (qui, però, ci spostiamo più nettamente nel campo d’azione del parlamentare omofobo-fobico). E in un Festival della canzone italiana in versi liberi, ma che ad ogni nuovo concorrente minaccia tanto di tornare a certe rime fin tropo baciate, non diciamo che possa rappresentare una ventata di freschezza, ma almeno un alito sapientemente deodorato. Continua a leggere ‘A Sanremo i prezzi sono tutti Iva inclusa’

Lilli o Gruber? Questo è il problema

In edicola su l’Opinione.

Fin dall’infanzia, Dietlinde Gruber fu benedetta da una consuetudine felicemente ossimorica. Fu subito sua la giustapposizione di un diminutivo infinitamente più dolce di quel nome di battesimo: Lilli – disneyano, languido, a tratti quasi tenero; ad un cognome che la voleva dire lunga, fin da subito, su una natura da donna in carriera che non sa e non vuole rinunciare alla cattiveria o all’antipatia neanche per un istante.
Cresciuta, Dietlinde seppe fare di quella dicotomia qualcosa di più di un semplice stile di vita: un manifesto politico, colmo di licenze poetiche.

Lasciamo da parte il primo periodo della sua carriera giornalistica, e la parentesi europarlamentare, e prendiamo ad esempio la sua sola resa in “Otto e mezzo”, su la7. Di puntata in puntata, sera dopo sera, è chiaro che è principalmente Gruber – e non Lilli – che parla, gesticola, si lascia truccare. E, tutto questo, nemmeno per sogno è un’operazione di reazione alla mollezza, seppure relativamente mascolina, del suo co-conduttore Federico Guiglia. Si tratta, più che altro, di pura e semplice crudeltà nei confronti della memoria che noi tutti dobbiamo serbare della compostezza di Ritanna Armeni, che tanto moderatamente aveva saputo tener testa a ciascuna delle provocazioni, sia fisiche che professionali, che Giuliano Ferrara le lanciava dal suo sediolone. Continua a leggere ‘Lilli o Gruber? Questo è il problema’

Forza ispettore Coliandro

Il fatto che la messa in onda dell’Ispettore Coliandro abbia avuto una storia travagliata non deve aver stupito troppo i fan dei Manetti Bros. Solo in queste settimane di febbraio, difatti, Rai Due sta trasmettendo gli episodi della seconda stagione di quest’eccellente serie poliziesca. Eppure, tutti erano stati finiti di girare nell’autunno 2007: tempi lunghi anche per un prodotto dalla qualità meno evidente, o magari per un kolossal in cerca di marketing. Chi ama e segue i lavori dei due fratelli Marco e Antonio Manetti, romani (autori, per dirla tutta, di qualcosa come “Zora la vampira”), si aspettava un trattamento del genere, soprattutto da parte di una certa critica istituzionale o immobilistica, come quella rappresentata dai baby decani di quel sottogenere del giornalismo umoristico-involontario, che si basa sull’imitazione del senso dell’umorismo di Aldo Grasso.

Tutti costoro stanno dando in coro contro la serie, muovendo accuse di cui una delle poche ripetibili è probabilmente: “furbetta”. Ma questo ce lo saremmo aspettato anche noi. Quando una serie televisiva nuova, fatta da giovani, piace molto ai giovani, è scomoda (e da giovani, qui, per comodità, siamo costretti ad escludere tutti quelli che effettivamente conoscono i nomi di più di due concorrenti di Amici di Maria De Filippi, anche senza saperli mettere in ordine di bravura nel canto). Continua a leggere ‘Forza ispettore Coliandro’

Romanzo criminale, bellezza seriale

Anteprima del prossimo pezzo sulla tv, in edicola dopodomani.

A partire dalla settimana scorsa Sky Cinema ha cominciato a riproporre le dodici puntate della prima stagione di Romanzo Criminale. Questo, che è stato uno dei prodotti originali della nostra televisione dalla maggiore acclamazione critica degli ultimi anni, ha senz’altro un appeal e dei contenuti assai speciali, pure senza ricorrere ai soliti extra dei cofanetti post-trasmissione.
Come si intuisce presto (qualora non bastasse il titolo) dalla presenza di Michele Placido in persona fra i consulenti della produzione, Romanzo Criminale deriva da un film di successo ancora più straordinario, stavolta di pubblico. Un successo largamente dovuto, da una parte, alla presenza degli unici bravi fra i belli maschi del nostro cinema; dall’altra, da un’inevitabile mitografia pseuso-glottologica e falso-magra del malavitoso laziale – certo una mitografia nuova e, almeno esteticamente, auspicata dalle mente dietro l’iniziativa, a giudicare anche superficialmente tanto dai brani peggiori, quanto da quelli migliori della sceneggiatura.

Ora, lungi da noi l’atto di colpevolizzare l’estetizzazione del male romanaccio, finalmente esonerato dal peso dei tanti b-movie ad esso dedicati nel corso dei lunghi anni del trash volontario del nostro cinema. Troviamo che sia, anzi, un bene anche eticamente sostenibile consegnare trash involontario, e più temibile, il genere di questi criminali inosservanti delle legge quanto dei minimi canoni dello stile italiano, quando anche lo scagnozzo più infido e recente di un padrino americano sarebbe più elegante e appropriato anche del cosiddetto Dandi. Questo per quanto riguarda il cinema.

In tv, è tutto un altro paio di mezzemaniche. Nella serie televisiva un certo spirito – sonnacchioso in ciascuna scena del film per il grande schermo – prende vita, e tutto quello che, affidato alla perfezione anatomica di un Kim Rossi Stuart, era più che altro iperrealismo linguistico, ridondante e a tratti decadentista, una volta declinato sulle spalle e sui visi degli interpreti della serie, assume un tono realmente morale, realistico nel senso sostenibile, e non solo: catartico. Continua a leggere ‘Romanzo criminale, bellezza seriale’

Medici

Trovo che sia quantomeno curioso che il cognome del mio medico curante sia uno dei simboli della Passione di Cristo: Chiodo (Antonio, che saluto).

Del resto, penso che mi sarebbe potuta anche andare peggio: Giuseppe Corona di Spine (uno snobetto aristocratico), o Salvatore Flagello, uno di quei clinici che più che altro sembrano barbieri.

Necessità e sufficienza

Boys just wanna have mum

Sigmund Freud

P.S.: God just wanna have nuns

Chiambretti Show, i fachiri e la suspence

Domani in edicola.

Piccolo culto in questi giorni di grande magra televisiva – con l’eccezione del novantesimo compleanno di Andreotti da Vespa – il promo del nuovo show di Piero Chiambretti funziona benissimo. E’ una sorta di pubblicità comparativa subliminale, fra i canali che potrebbero ospitare il suo prossimo show, e invece non lo fanno, tranne uno.

Sulle prime, infatti, non sapendo noi di cosa questo breve video potesse essere il promo, il divertimento era massimo, lo spaesamento pure. Tutto ciò che si poteva evincere, dal metraggio a disposizione del pubblico interessato, era che un serpente più o meno velenoso veniva manualmente inserito da un suo padrone-fachiro in varie ceste di vimini, come cercando quella che fosse la più comoda per il rettile o, altrimenti, per il fachiro. Nel mentre, una manina cartoon (con gemelli e maniche di smoking, chiara iconografia di, ahimé, pochi conduttori attuali) si divertiva a cancellare il logo in sovraimpressione del canale, Italia Uno, per sostituirlo, come photoshoppandolo, con quelli della concorrenza, fino ad arrivare alla Rai, e perfino alla compianta, vecchia 7.
Tutti i nostri canali nazionali fanno la loro comparsata in scena, disorientando il pubblico, mentre la manina cancella e riscrive il destino della stessa collocazione in tv del programma, o di chi per esso. Continua a leggere ‘Chiambretti Show, i fachiri e la suspence’


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